La valutazione neuropsicologica

La valutazione neuropsicologica consiste nell’esame dei deficit a carico dei processi cognitivi (memoria, linguaggio, attenzione, ragionamento, percezione, abilità visuo-spaziali, abilità coinvolte nell’esecuzione di sequenze motorie) e delle annesse implicazioni di tipo psicologico, affettivo e di personalità conseguenti a danni cerebrali causati da eventi patologici (ad esempio, malattia di Alzheimer, ictus cerebrale, trauma cranico, neoplasia). L’assunto che sottende questa tipologia di intervento è che i  processi cognitivi sono correlati con il funzionamento di specifiche strutture cerebrali, il cui danno può generare disturbi delle funzioni cognitive (lesione area X = probabile deficit Y); tali disturbi producono un effetto a livello comportamentale determinando i presupposti per poter effettuare una stima del deficit a livello cognitivo, attraverso l’impiego di appositi strumenti di valutazione definiti, appunto, “test neuropsicologici” o “test cognitivi”. 

 

L’esame neuropsicologico viene eseguito allo scopo di contribuire alla diagnosi medica; pianificare un intervento riabilitativo tenendo conto delle abilità cognitive compromesse e delle abilità preservate; monitorare, attraverso controlli ripetuti (follow up), il decorso di alcune patologie come accade per le forme di decadimento cognitivo nelle Demenze oppure nella Malattia di Parkison; modulare la terapia farmacologica; valutare l’efficacia di un trattamento neurocognitivo. 

 

La valutazione si articola in diverse fasi:

1  un colloquio con il paziente e i familiari volto alla valutazione dello stato psicologico generale e alla raccolta di informazioni mediche e relative alla vita recente e remota del paziente;

2  la somministrazione dei test neuropsicologici. Si tratta prevalentemente di prove standardizzate, le quali prevedono che gli stimoli e le procedure di somministrazione siano definiti rigorosamente e la prestazione del paziente sia comparata con quella di un campione di controllo;

3  la formulazione della diagnosi neuropsicologica;

4  la restituzione conclusiva sulla valutazione, tramite la stesura di una relazione che evidenzia le aree deficitarie e traccia un profilo cognitivo-comportamentale utile agli scopi sopraelencati.

 

 

 

Esistono due tipi di valutazione neuropsicologica: di screening e diagnostica.

 

I test di screening vengono utilizzati per la valutazione globale delle capacità cognitive e per fornire indicazioni preliminari su aree potenzialmente deficitarie. Il più comunemente utilizzato è il MMSE (Mini Mental State Examination), un test di semplice e rapida esecuzione che indaga, tramite undici item, differenti domini cognitivi: orientamento spazio-temporale, memoria immediata, attenzione e calcolo, richiamo differito, linguaggio e prassia costruttiva. 

 

 

La valutazione neuropsicologica diagnostica si propone, invece, di dettagliare il tipo di deficit evidenziato dal test di screening o, semplicemente, lamentato dal paziente o riscontrato dai familiari.

 

A tale scopo vengono utilizzati svariati test,  spesso aggregati in batterie neuropsicologiche somministrabili in un periodo di tempo non troppo lungo (45-60 minuti), che esplorano in modo specifico deficit cognitivi, quali: amnesia (disturbo della memoria), afasia (disturbo del linguaggio), aprassia (incapacità di compiere gesti, ovvero una successione ordinata di movimenti volontari), agnosia (incapacità di riconoscere oggetti o simboli), neglect (incapacità di orientare l’attenzione in direzione opposta alla lesione).

 

Successivamente alla valutazione neuropsicologica, possono essere proposte le seguenti misure d’intervento:

5  la riabilitazione neuropsicologica

6  la stimolazione neuropsicologica

 

La riabilitazione neuropsicologica ha lo scopo di favorire il recupero delle abilità cognitive danneggiate per compensare i deficit e migliorare la capacità di adattamento del paziente. Si occupa, inoltre, dei disturbi del comportamento ed emozionali e ha come obiettivo il raggiungimento della miglior qualità di vita possibile tenendo conto delle limitazioni e delle risorse disponibili.

 

Nell’anziano con deterioramento cognitivo non si parla di riabilitazione, ma di stimolazione neuropsicologica. In questo caso, gli obiettivi consistono nell’esercitare le abilità residue, nel rallentare il decorso del progressivo deterioramento e nel protrarre nel tempo l’autonomia della persona.

 

Il risultato del piano terapeutico può variare in base alle caratteristiche oggettive (gravità del danno, estensione della lesione) e soggettive del paziente, tenendo conto anche delle variabili ambientali quali il contesto familiare e la sfera affettiva.

 

Nell’ottica della prevenzione e della diagnosi precoce, è importante sottoporsi ad una valutazione delle funzioni cognitive quando compaiono, ad esempio: progressiva perdita dell’orientamento nel tempo e nello spazio; perdita della memoria; incapacità di gestire attività quotidiane (utilizzo del denaro, cucinare); difficoltà nelle prestazioni percettive e motorie (vestirsi, lavarsi); disturbi comportamentali (incapacità di mantenere comportamenti socialmente adeguati); alterazioni del tono dell’umore (sintomi depressivi, perdita d’interesse, apatia, ritiro sociale).

 

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